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  • Roberto Berlini

Sardegna, l'isola dei murales

Aggiornato il: 7 nov 2019

La Sardegna è una splendida isola ricca di paesaggi e di una storia millenaria. L'allevamento, i prodotti locali, i nuraghi e le spiagge ne caratterizzano l'immaginario collettivo: ma nella storia recente si inserisce un nuovo elemento che ne sta caratterizzando l'identità, i suoi murales diffusi nel territorio.


La Sardegna è infatti la patria del muralismo in Italia, nei suoi paesini sono dipinti alcuni dei più bei murales di tutto il mondo.



I murales sono un'espressione artistica nata come forma di protesta; nelle figure ritratte si legge la denuncia dei malesseri nella vita quotidiana del popolo sardo. L'utilizzo di vernici ad acqua fanno sì che queste opere si deteriorino molto facilmente, così solo se apprezzata dalla comunità l'opera viene riverniciata per perdurare nel tempo.


Queste opere d'arte sarde si possono trovare principalmente in quattro paesi: Orgosolo, Villamar, San Sperate e Serramanna. Per conoscere altri luoghi e paesini nascosti scarica Monugram lo "Shazam" dei monumenti. Ti basterà scattare una foto ad un luogo di interesse e ti verranno restituite tutte le informazioni di cui necessiti: una guida turistica 2.0 per essere sempre informato sulle migliori attività della zona.


Ad Orgosolo, nella Barbagia, ci sono ben 150 murales che attirano migliaia di visitatori ogni anno. Il primo murales della Sardegna fu dipinto a Orgosolo nel 1969 da Dioniso, un gruppo anarchico milanese. Nel 1975 un professore di scuola senese realizzò altri murales, influenzando altri comuni che provvidero a commissionare altre opere agli artisti locali. Da allora questo tipo di pitture murarie si susseguirono in numero sempre maggiore, non solo in questo centro ma anche in altri paesi.


Serramanna si trova a soli 30 chilometri da Villamar. Anche qui il fenomeno dei murales prese piede negli anni Settanta per esprimere il disagio giovanile. Il paese si caratterizza per uno splendido murales con tema emigrazione realizzato nel 1979 dal gruppo di Ledda, Dessì, Putzolu e Arba e il cui nome è “Emigrazione è Deportazione”.


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